Conosce l’impulso a completare ciò che non potrà mai essere completato

Matera ospita ogni anno i festeggiamenti in onore della Madonna della Bruna, protettrice della città: fra le varie processioni e sfilate si svolge quella del carro trionfale di cartapesta che, dopo aver attraversato le strade della città lucana e raggiunto una delle piazze del centro, viene preso d’assalto dalla folla dei fedeli e letteralmente fatto a pezzi, finché non ne resta più niente.

Questo rito collettivo ricorda ai materani che qualsiasi creazione umana, dalle chiese ai carri trionfali, potrebbe essere migliore di quella che è. Ogni anno viene costruito un carro più bello, e ogni anno esso viene distrutto, perché la perfezione sfugge sempre agli sforzi dell’uomo, a prescindere dalle capacità e dall’ispirazione.

Matera conosce la perseveranza. Conosce l’impulso a completare ciò che non potrà mai essere completato.

Matera è una delle più antiche — forse addirittura la più antica — fra le città del mondo abitate senza soluzione di continuità fin dalla fondazione. Sebbene sia impossibile determinarne con esattezza l’età, risale di certo al Paleolitico, il periodo in cui gli esseri umani cominciarono a realizzare utensili di pietra. Con l’avvento dell’Età del Bronzo, Matera era già una città consolidata e fiorente, scavata nel corso del tempo in uno sperone di roccia calcarea che si erge sulla campagna circostante come un gigantesco pugno fuoriuscito dalle viscere della terra.

Molte delle abitazioni di Matera sono grotte e molti dei suoi edifici — o meglio, quelli che sembrano edifici — sono semplici facciate, dietro le quali si scoprono ancora delle grotte. Matera è come un enorme alveare, apparentemente solido dall’esterno, ma in realtà costituito per lo più da gallerie, cunicoli e grotte, talvolta poste una sull’altra a formare un’unica abitazione. Se la gran parte delle grandi città aspira oggi a costruire edifici sempre più alti, a testimonianza dei nostri tentativi di avvicinarci al cielo, Matera evoca un bisogno più primordiale, quello di scavare nella terra, di trovarvi abbraccio e protezione.

Matera — le sue rocce, le sue strade, le sue strutture — è sostanzialmente di un solo colore, un biancastro simile a quello di un osso spolpato e abbandonato al sole e alla pioggia del deserto. Non ci sono alberi. Non c’è erba. Come se ogni cosa fragile, cedevole, fosse stata spazzata via dal vento millenni fa. Matera è composta soltanto da quanto è in grado di resistere a una forza sconquassante. Matera è ciò che resta dopo gli uragani.

Visitandola di persona, ho capito che è proprio questo l’unico modo per comprenderla davvero. Le foto sono suggestive, indubbiamente, ma non riescono a trasmetterti la sensazione — palpabile nel momento in cui metti piede in città — di essere fragile a tua volta, di pattinare sulla superficie rocciosa della mortalità. Tu sei caduco. Matera no.

È nelle viuzze dei Sassi che più è tangibile una presenza spettrale, ma di spiriti dipartiti talmente tanto tempo fa da aver perso qualsiasi tratto umano. A Matera la presenza spettrale è quella dell’umanità stessa: umanità dilavata dal tempo, umanità nella forma più pura ed essenziale, spogliata delle proprie inclinazioni e battaglie, delle proprie paure e desideri. I suoi fantasmi sono ciò che resterebbe di noi se ci venisse tolto tutto ciò che ai nostri occhi ci rende quello che siamo. Camminando per Matera è possibile scorgerne i fantasmi originari, magari anche solo per un istante. Quell’essenza umana antica, quel fremito di inquietudine che attraversa una piazza altrimenti immobile… no, peccato, l’hai perso. Aspetta, eccolo di nuovo, scivolare davanti al portale di una chiesa… niente, è sparito ancora. Forse l’hai soltanto immaginato.

Matera è un luogo che suscita visioni e insieme dubbi sulle proprie visioni.

Michael Cunningham a Matera: «Città eterna, impariamo da lei»
Fonte: Corriere della Sera

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