Sì, anche nel cemento può esserci poesia

Ci descrive questo ponte con il suo sguardo?

«Ho scoperto il ponte in una giornata un po’ uggiosa, con una luce morbida e un aspetto un po’ decadente. Ma la luce è così, è uno dei tanti vestiti possibili che le opere indossano. Presto tornerò a visitarlo e magari lo troverò immerso in un gioco di ombre, alcune forme saranno più evidenti, altre più silenziose».

Che relazione c’è tra una struttura simile e la città?

«Sui ponti sono state costruite tante metafore. Il ponte è sempre qualcosa che collega due situazioni. Nei ponti succedono cose, passa la storia. Nei ponti ci si innamora, nei ponti sono stati scambiati ostaggi. Chiedersi, allora: questo ponte che storia ha, che storia racconta? E così trovare la motivazione che ne fa un luogo di incontro e non di separazione».

Lei ha fotografato il cemento svelandone prospettive di insolita bellezza.

«Certo che c’è della bellezza anche nel cemento. Proprio non riesco a capire quanti vi abbinino solo sensazioni di angoscia. Naturalmente tante cose col cemento sono state fatte male. Ma è anche un materiale che permette di esplorare e realizzare mille forme, che è nato in un’epoca di cambiamento e impegno sociale, in cui si voleva fare qualcosa per tutti. Ho visto fare cose incredibili col cemento, basti pensare alle costruzioni di Zaha Hadid. Sì, anche nel cemento può esserci poesia».

«Il viadotto Musmeci è un’occasione da non perdere»
Intervista a Hélène Binet, la fotografa del cemento

FONTE: Il Quotidiano del Sud

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