Una città che mi sembrava completamente fuori dalla Storia

Nell’impeccabile eloquio di uno storytelling impreziosito da vocaboli dialettali, Coppola comincia la sua epica con la storia dei bisnonni: «Rispettivamente della Basilicata e della Campania, arrivati a Brooklyn agli inizi del 1900, portando memoria, cibo e dialetto». Per poi proseguire, nel suo racconto quasi omerico, con gli altri immigrati italiani che scelsero New York lasciando fra le lacrime la piccola città di Bernalda, le ragnatele di parenti lucani dagli epiteti buffi e crudeli (come la prozia sartina «Senza naso»), l’ingegno del bisnonno che portò la corrente elettrica in tutta la regione, l’avo garibaldino che partecipò alla spedi­zione dei Mille, il flauto del padre che addolciva i pomeriggi dei bambini con musiche italiane e la parentela (cugini di secondo grado) con Riccardo Muti.

Tra sogno e commozione anche la prima visita nelle terre dei suoi avi: «Avevo 21 anni e vinsi una piccola somma di denaro da Samuel Goldwyn per aver scritto una sceneggia­tura. Invece di comprare del cibo e pagare le bollette, acquistai un Alfa Romeo e nel 1962 andai in macchina da Dubrovnik, dove stavo lavorando sul set di un film, a Bernalda, una città che mi sembrava completamente fuori dalla Storia.

Francis Ford Coppola, meraviglie di un narratore d’eccezione
Incontri. Memorie di migranti, parenti e vampiri tra la Basilicata delle origini e il futuro del cinema. «Nel mio lavoro la cosa importante è continuare a sperimentare»

Fonte: Il Manifesto

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